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ALCUNE NOTE SUI RIFIUTI CAMPANI del dott. Antonio Pastena
Lo scopo di queste note è quello di voler fornire quella che è una mia lettura della situazione dei rifiuti campani, partendo dalla mia esperienza professionale di chimico operante da oltre vent’anni in questo settore. Volutamente queste note tralasciano l’elencazione dettagliata di numeri e riferimenti legislativi, cercando solo di dare una traccia di riflessione. 1 – I rifiuti solidi urbani della Campania Nessun discorso serio si può condurre sulla crisi della gestione dei rifiuti campani se non si parte dalla corretta definizione di questi rifiuti, diversi in composizione da quelli mediamente descritti in letteratura. Nel rifiuto campano troviamo infatti: enormi quantità di imballaggio da attività commerciale ed edilizia; grandissime quantità di rifiuto artigianale spesso tossico (dal fusto di solvente del carrozziere a quello di colla del suolificio, etc.); rilevanti quantità di rifiuto industriale (fanghi di rettifica o di galvanica, scarti di colorifici, etc.) provenienti da fabbriche ufficiali e clandestine. Questa osservazione, fondamentale per capire di cosa stiamo parlando, trova verifica in due fatti:
Ma come arrivano questi rifiuti non urbani nella massa degli urbani? Due sono le strade: l’abbandono incontrollato nelle strade e nei cassonetti (e con i cumuli presenti in questi giorni l’operazione è favorita e in forte crescita), la corruzione di singoli operatori che per “mazzette” caricano nel proprio compattatore rifiuti industriali durante il giro di raccolta. In passato hanno inciso anche le dubbie gestioni dei siti di stoccaggio e trattamento provvisori affidati a società private operanti nel settore dei rifiuti industriali. Chi avrebbe dovuto vedere tutto ciò e non l’ha fatto, e perché? I Comuni e le società di raccolta (ASIA, Consorzi vari) impegnati nella distribuzione clientelare dei posti di lavoro non hanno mai attivato controlli e raccolta differenziata per insipienza e, talvolta perché, per quieto vivere, hanno lasciato la gestione dei traffici illeciti nelle mani di figure equivoche assunte, con cui non si è mai voluto entrare in contrasto per paura o per interessi elettorali. Le società di smaltimento e di stoccaggio (vedi FIBE, FISIA, siti “provvisori”), avevano interesse a quantitativi quanto maggiori possibile essendo pagati a peso (e così non conviene guardare troppo per il sottile su cosa arriva e non si deve mai avviare la raccolta differenziata). Gli organi di gestione e controllo (e che per le varie competenze comprendono Comune, Provincia, Regione, anche come ARPAC e nel nostro caso Stato, essendo il Commissariato di Governo), non hanno mai provveduto a fare una serie analisi della composizione merceologica del RSU campano per non scoperchiare una pentola politicamente scomoda. Io stesso ho dovuto scontrarmi con organismi pubblici e privati per affermare la verità sui percolati campani: i dati ufficiali parlavano di un COD intorno a 30000, mentre il dato reale era, come detto, di 140000, ammetterlo era ammettere la natura industriale del rifiuto, ed in più ammetterlo era interrompere l’enorme movimentazione di questi liquami presso impianti improbabili distribuiti per l’Italia centro-meridionale, con fatturati elevatissimi regalati a ditte private. Su questo c’è da dire che pur essendo stato riconosciuto il reale carico inquinante del percolato, non è cambiata la sua gestione. 2 – Le conseguenze Da quanto detto precedentemente si ricavano delle conseguenze inquietanti:
3 – Cosa fare Voglio esprimere in breve qui di seguito quali possono essere, sulla scorta di quanto detto, le misure a mio avviso indispensabili e di pronta efficacia, considerando la fase emergenziale e quella di messa a regime (si potrebbe facilmente calcolare attuabile in pochissimi mesi): Emergenza
Messa a regime
4 – Un’ultima osservazione L’ultima osservazione che voglio fare è sull’individuazione di siti di smaltimento definitivo che si sta attualmente indirizzando su vecchie discariche chiuse (Pianura, Terzino, Ariano Irpino, etc.). La legislazione ambientale ha sempre previsto (già dal 1984), delle fasi di gestione cosiddetta post-mortem delle discariche, gestione estremamente dettagliata in legislazione del 2003. La competenza del controllo e dell’effettiva realizzazione del post-mortem è in primis nelle mani dei Comuni. Perché non è stato fatto? E soprattutto perché non sono disponibili i dati degli impatti ambientali (su suolo, sottosuolo, acque, aria) obbligatori in queste leggi? Chi è stato a non produrli e a non imporre che fossero prodotti e nel contempo a consentire che spesso in queste aree si siano sviluppate attività antropiche anche turistiche, con conseguente valorizzazione commerciale di aree probabilmente inquinate di proprietà di chi aveva gestito le discariche? Il dott. Antonio Pastena è co-fondatore del Forum Tarsia
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